A settembre il lavoro di un allenatore è quasi tutto invisibile.

C’è una nuova stagione da iniziare, magari nuove compagne da conoscere, equilibri da costruire e gesti tecnici da imparare o perfezionare. L’allenatore osserva, corregge, spiega e, molto spesso, torna a correggere e spiegare le stesse cose.

Durante una partita, invece, è impossibile non notarlo. È quello in piedi a bordo campo, quello che chiama un timeout quando le cose non funzionano, decide un cambio o dà un’indicazione dalla panchina.

È probabilmente il momento in cui l’allenatore si vede di più.

Eppure gran parte del suo lavoro è già avvenuta.

È successo in palestra, magari settimane o mesi prima, quando ha corretto per la centesima volta lo stesso movimento, ha spiegato ancora una volta dove mettersi, come muoversi e cosa guardare. Quando una ragazza non riusciva a fare qualcosa e lui le ha chiesto semplicemente di riprovarci, e poi di farlo ancora.

Finché un giorno quella stessa ragazza compie quel gesto senza pensarci e, soprattutto, senza bisogno di guardarlo.

Forse è proprio quello uno dei momenti in cui un allenatore dovrebbe essere più soddisfatto.

Quando non serve più.

Non perché abbia esaurito il proprio compito, ma esattamente per il motivo opposto: perché una parte del proprio lavoro è stata svolta talmente bene da essere diventata invisibile.

Una giocatrice sbaglia una palla e non ha bisogno di guardare la panchina per sapere cosa fare dopo. Una compagna è in difficoltà e qualcun’altra le si avvicina senza che nessuno glielo chieda. La squadra deve prendere una decisione e riesce a farlo da sola.

L’allenatore è ancora lì, naturalmente, ma qualcosa di ciò che ha insegnato ormai vive indipendentemente da lui.

Ed è forse una delle forme più belle dell’insegnamento.

Perché allenare non significa soltanto insegnare un bagher, una battuta o uno schema. Significa dare strumenti, aiutare qualcuno a sbagliare senza avere paura di riprovare e costruire lentamente quell’autonomia che, prima o poi, porterà una ragazza a non cercare continuamente una risposta fuori dal campo.

E, come spesso accade nello sport, basta allontanarsi un po’ dalla palestra per accorgersi che succede anche altrove.

Un insegnante passa anni a trasmettere conoscenze che spera, un giorno, verranno utilizzate senza di lui. Un genitore accompagna un figlio per mano sapendo che il suo compito è insegnargli, lentamente, a camminare da solo.

Ci sono persone che entrano nella nostra vita e ci aiutano a crescere. E forse il risultato più grande del loro lavoro arriva proprio quando iniziamo a non averne più bisogno.

A settembre tutto questo è ancora difficile da vedere. Ci sono allenamenti, palloni che cadono, movimenti da correggere e una stagione intera davanti.

Poi passeranno i mesi.

E magari, guardandosi indietro, qualcuno si accorgerà che quella ragazza che aspettava sempre un’indicazione adesso decide da sola, che quella che dopo un errore abbassava la testa adesso chiede subito un altro pallone, che un gruppo di ragazze è diventato una squadra.

Forse il lavoro migliore di un allenatore si vede proprio quando smettiamo di vederlo.

In una scelta fatta senza guardare la panchina, in una compagna aiutata senza che nessuno lo chieda, in un errore dopo il quale si riparte da sole.

Perché allenare non significa soltanto dire a qualcuno cosa fare.

Significa insegnargli, un giorno, a non aver più bisogno che glielo diciamo.

E non sto parlando solo di pallavolo.