C’è un gesto che tutti i pallavolisti sognano.
Il muro vincente.
Quello che rimanda la palla nel campo avversario.
Quello che fa esplodere il palazzetto.
Quello che finisce negli highlights.
È uno dei gesti più spettacolari della pallavolo.
Eppure, forse, non è il muro più importante.
Perché c’è un altro muro che, sul tabellino, non lascia alcuna traccia.
Lo schiacciatore lo vede e per un istante cambia idea.
Decide di cercare un mani-out invece di forzare. Prova un pallonetto. Cerca un colpo più stretto. Magari sbaglia.
Il muro non ha toccato la palla. Eppure ha fatto il suo lavoro.
Perché il muro non serve solo a fermare la palla. Serve a far venire un dubbio.
Nella pallavolo ci sono gesti che producono effetti anche quando sembrano invisibili.
Il muro è uno di questi.
Forse è qui che il muro smette di essere soltanto un gesto tecnico.
Ci ricorda che non tutto ciò che conta si misura con un punto.
Ci sono persone che cambiano una situazione con quello che fanno. Altre la cambiano semplicemente con la loro presenza.
Un allenatore che osserva dalla panchina.
Un compagno di squadra che, dopo un errore, ti guarda e ti dice soltanto:
“La prossima.”
Un genitore sugli spalti.
Un amico che non trova le parole giuste, ma sceglie comunque di restare lì.
Non hanno fermato la palla.
Non hanno risolto il problema.
Eppure hanno cambiato il modo in cui quel momento è stato affrontato.
Forse è questo il valore più nascosto del muro.
Non sempre serve toccare la palla per cambiare un punto.
E, forse, non sempre serve fare qualcosa per cambiare la giornata di qualcuno.
