C’è una ragazzina seduta in panchina. Nonostante la giovane età, gioca a pallavolo ormai da diversi anni. Ha conosciuto vittorie, sconfitte, partite bellissime e altre in cui niente sembrava funzionare.
In campo c’è una sua compagna. Ha iniziato a giocare da poco, ha buone potenzialità e tanta voglia di imparare, ma deve ancora costruire una cosa che non si insegna facilmente durante un allenamento: la fiducia in se stessa.
Sbaglia una palla. Poi un’altra.
Ogni errore pesa un po’ più del precedente, finché la paura di sbagliare diventa più grande della voglia di giocare. L’allenatore se ne accorge e decide di sostituirla.
La ragazzina esce dal campo in lacrime e si avvicina alla compagna seduta in panchina.
Si abbracciano.
Non sappiamo cosa si siano dette, e forse non è nemmeno importante. Quello che conta è che, in quel momento, una ragazza in difficoltà abbia cercato conforto in una compagna e che quella compagna fosse lì, pronta ad accoglierla.
Nessuno ha chiesto loro di farlo. Non era uno schema provato in allenamento, non c’era un’indicazione arrivata dalla panchina e non c’era un ruolo da rispettare.
C’erano semplicemente due ragazze e un abbraccio eppure, in quel piccolo gesto, forse c’era qualcosa di molto più grande.
Quando pensiamo al capitano di una squadra, immaginiamo qualcuno con una fascia al braccio. Una persona capace di guidare le compagne, di parlare nei momenti difficili, di assumersi delle responsabilità e di rappresentare il gruppo.
È un ruolo importante, che richiede fiducia, carattere e capacità di ascoltare gli altri.
Ma siamo sicuri che per comportarsi da capitano sia necessario esserlo?
A volte la leadership non si manifesta in un discorso prima di una partita o in un’indicazione urlata durante uno scambio. A volte è qualcosa di molto più semplice: accorgersi che una compagna è in difficoltà, incoraggiarla dopo un errore, farle capire che non deve affrontare tutto da sola.
E non sempre chi compie questi gesti è la giocatrice più forte, quella con maggiore esperienza o quella destinata a indossare una fascia.
Magari non la indosserà mai ma questo non renderà meno importante ciò che ha fatto.
Perché la fascia identifica un ruolo, mentre certi comportamenti raccontano qualcosa della persona che abbiamo davanti.
E c’è un’altra cosa che vale la pena ricordare.
Quella ragazzina seduta in panchina, un giorno, potrebbe essere lei ad avere bisogno di qualcuno. Potrebbe sbagliare una battuta decisiva, perdere fiducia o uscire dal campo trattenendo a fatica le lacrime.
E magari sarà proprio la compagna che oggi ha consolato a trovare il modo di starle vicino.
Perché non dobbiamo essere sempre noi quelli forti. Non dobbiamo avere sempre la risposta giusta o sapere cosa dire.
A volte possiamo aiutare. Altre volte abbiamo bisogno di essere aiutati.
È anche così che cresce una squadra: non soltanto imparando a ricevere, alzare e attaccare un pallone, ma imparando a riconoscere quando qualcuno ha bisogno di una mano.
E forse è proprio questo uno degli insegnamenti più belli dello sport giovanile. In una squadra ci sono ruoli diversi, responsabilità diverse, caratteri diversi. C’è chi parla molto e chi preferisce ascoltare, chi trascina con l’entusiasmo e chi sa trasmettere tranquillità.
Non tutti diventeranno capitani ma tutti possono fare qualcosa che, almeno per un momento, assomiglia a ciò che chiediamo a un capitano.
E basta allontanarsi un poco dalla palestra per accorgersi che succede anche nella vita.
Ci sono persone che ci aiutano a rialzarci senza avere alcun obbligo di farlo. Persone che sanno ascoltarci quando abbiamo bisogno di parlare, che ci incoraggiano quando dubitiamo di noi stessi o che semplicemente restano accanto a noi quando le parole non servono.
Non hanno una fascia al braccio, un titolo o un incarico particolare.
Eppure, in quel momento, fanno la differenza.
Ripenso a quelle due ragazzine, una appena uscita dal campo e l’altra seduta in panchina. Non so se una delle due diventerà mai capitano della propria squadra.
E, in fondo, non importa.
Perché quel giorno, senza rendersene necessariamente conto, hanno già mostrato qualcosa che vale molto più di un ruolo.
Non tutti porteremo una fascia al braccio. Non tutti saremo chiamati a guidare una squadra.
Ma tutti, almeno una volta, possiamo essere quella persona seduta in panchina, pronta ad accogliere qualcuno che ha bisogno di noi.
Perché, forse, possiamo essere tutti un po’ capitani.
E non sto parlando solo di pallavolo.

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